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Electropark 2026: un mese di suono tra teatri e spazi condivisi

  • Immagine del redattore: Andrea Mocellin
    Andrea Mocellin
  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

Ci sono lavori che si misurano in metri di cavo e ore di montaggio. E poi ci sono i festival: dove ogni sera è un luogo diverso, un pubblico diverso, un'acustica da reinventare da zero.

Si è conclusa con successo la nostra avventura dentro Electropark 2026, il festival genovese di musica elettronica e arti performative che tra giugno e luglio ha attraversato la città: teatri storici, chiostri, spazi condivisi, luoghi che di solito vivono di altro e per una notte diventano sala da concerto.


Nessuna serata uguale all'altra

È questa la parte più difficile e più affascinante. Un teatro ti offre un abbraccio acustico e ti chiede rispetto per la sua storia. Uno spazio condiviso non ti offre nulla: te lo devi costruire, sera per sera, capendo dove il suono corre e dove si perde, dove la luce trova una superficie su cui appoggiarsi.

Abbiamo lavorato per rendere ogni ambiente coerente con la proposta artistica — performance sonore, danza, live elettronici — senza mai imporre una soluzione preconfezionata. Ogni allestimento è stato pensato sul posto, sulle sue proporzioni, sui suoi materiali, sui suoi silenzi.

Il pubblico non deve accorgersi di noi

Il nostro obiettivo, in un festival così, è sempre lo stesso: che chi entra non pensi alla tecnologia. Che senta il basso arrivare pieno anche in fondo alla sala, che veda i corpi dei performer scolpiti dalla luce, che si dimentichi di tutto il resto.

Quando accade, il merito è degli artisti. Ma sappiamo anche quanta cura serve perché nulla si metta di mezzo.

Grazie

Grazie all'organizzazione di Electropark per averci scelto e per la fiducia in un progetto così ambizioso, agli artisti internazionali che sono passati da Genova, e al nostro team, che per un mese ha smontato e rimontato una città.

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